Istanbul e la malinconia invernale
Quando si pensa a Istanbul, si immagina, di solito, il tramonto che incendia il Bosforo, sullo sfondo delle moschee. Non tutti sanno che, in realtà, d'inverno Istanbul è molto fredda, con il suo vento che soffia forte (e spazza via anche i pensieri) e la pioggia che cade abbondante. L'immaginario esotico di molti stranieri incontra dunque la realtà di una città in cui l'inverno si fa sentire, avvolgendo nel freddo i suoi abitanti. Tra dicembre e febbraio, inoltre, la neve copre volentieri il cielo che diventa di gesso.
Mi è capitato di girare più volte in una Istanbul stranamente silenziosa, leggera come i suoi fiocchi di neve, immersa nel bianco irreale che le dona i contorni sfumati di un sogno. Quella neve è diventa anche una bufera che punge gli occhi, pizzica le guance, ostacola il passaggio delle automobili imprimendo al traffico un'andatura lenta, leggera come piccoli passi d'uccello. La metropoli rallenta, il suo respiro si allunga sui palazzi, sulle moschee, sulla popolazione che si ripara sotto inutili e fragili ombrelli.
Com'è bella, Istanbul, in questi momenti. Rivela tutta la sua malinconia. Una malinconia dolcissima. Una tristezza lieve lieve, eppue persistente, come il profumo, nella memoria, di chi abbiamo amato.
Non invade, ma è sempre lì, pronta a farsi ascoltare dentro un sussurro.
Quando a Istanbul nevica la cosa migliore è girare, senza meta.
Le moschee sono così strane, immerse in quel bianco assoluto. Si avvicinano al cielo.
Il muezzin lancia il suo richiamo - che di solito associamo di solito al sole forte, ai colori speziati - che rimbalza di moschea in moschea e finisce nei flutti del Bosforo, il mare selvaggio che scorta i fianchi della città.
In questo bianco lo sguardo si perde, si infila nei vicoli, cammina e raggiunge il mare.
Sul Corno D'Oro, nei giorni di neve, perfino i pesci sembrano immobili.
Dolce, malinconica Istanbul.
Gli occhi si socchiudono gustando, all'interno di qualche locale, una tazza fumante di salep che profuma di buona cannella.
Fuori, è già sera.
Istanbul, a colpo d'occhio
17 dicembre 2013
Spesso, quando vado a Istanbul, le persone mi chiedono "Ma come ti trovi?", "Come si sta lì?".
Quasi dovessi andare in una cittadella popolata da un gente rozza e piuttosto arretrata. "Mamma li turchi", dice qualcuno, purtroppo senza scherzare.
Questo, però, è soltanto l'immaginario di alcuni italiani che nulla ha a che vedere con la realtà di una metropoli che viaggia alla stessa frequenza di Parigi, Londra, New York (Roma e Milano, non pervenute).
Fa parte di un certo humus culturale tipico del nostro paese, incapace, a volte, di uscire da un certo snobismo "provinciale" e di vedere che accade realmente fuori dal nostro paese. Paese che sta scivolando rapidamente verso condizioni terzomondiste, mentre altre realtà, come la Turchia, stanno crescendo rapidamente. Le ruote girano, e i paesi si trovano a vivere strane situazioni (basta pensare al flusso migratori di italiani verso il Marocco e il Brasile per capire i cambiamenti epocali in cui siamo immersi).
Ma torniamo a Istanbul, ancora impigliata, insieme alla Turchia, in una serie di pregiudizi tutti italiani.
Divertenti, a volte, se non lasciassero in bocca il sapore triste della miopia di vedute e pensieri.
L'anno scorso, svegliandomi in hotel durante il mio ennesimo viaggio, mi sono ritrovata addosso una fastidiosa congiuntivite.
Non si aprivano neppure, gli occhi. Incollatil letteralmente. Con una buona dose di fatica, ho finalmente afferrato l'ipad cercando di capire come trovare un oculista. Di ospedali internazionali ce ne sono diversi, a Istanbul. Lì è certamente più facile per chi, come me, non parla la lingua turca.
Così, indecisa fra quello americano e quello tedesco, ho optato per quello tedesco, certa forse di una "ferrea" risposta, efficace e precisa. Difatti, dopo solo mezz'ora ero già lì, con tanto di appuntamento, dottoressa turca e traduttore.
Ho pagato soltanto 80 lire turche, 40 euro, più o meno. Diagnosi, medicine ed educate raccomandazioni.
Sorrido, pensando al panico di certe persone quando mi immaginano in una Istanbul semideserta, quasi attraversata da unni a cavallo.
Nella modernissima Roma, in cui vivo, faticherei ad avere appuntamenti così precisi, in tempi così brevi, in ogni tipo di ospedale. Roma è una città che fa stagnare ogni energia, perfino quella più motivata, perfino quella figlia delle efficienze internazionali che approdano qui, nella capitale (e che rallentano, si avvitano, cominciano, anche loro, a girare in tono, come un criceto nella gabbia)
E penso a quanto tempo debba passare prima che alcuni pregiudizi si abbattano.
Nel frattempo, Istanbul cresce, la Turchia si rafforza. E l'Italia diminuisce.
Reportage: Ritorno a Gezi
29 novembre 2013
Esce oggi, per Osservatorio Iraq, il mio reportage: "Ritorno a Gezi "
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La protesta, il racconto di alcuni protagonisti, gli abusi della polizia, le denunce di Amnesty. Cosa resta, oggi, di Gezi Park?
leggi il reportage:
Nazim Hikmet
Forse la mia ultima lettera a mio figlio Mehmet
Da una parte
gli aguzzini
ci separano come un muro
dall’altra
questo cuore sciagurato
che mi ha fatto un brutto scherzo
mio piccolo Mehmet
forse il destino
non mi concederà di rivederti.
Sarai già un ragazzo
biondo, snello, alto di statura
tale e quale una spiga di grano
come una volta lo sono stato anch’io;
i tuoi occhi infiniti, come quelli di tua madre
quello strascico amaro di tristezza
che alle volte li assale,
quella tua fronte chiara e senza fine
e quella bella voce
-in confronto la mia era davvero atroce-
Le canzoni che intonerai
spezzeranno i cuori,
sarai anche un brillante oratore
-in questo me la cavavo pure io,
quando ancora la gente non mi dava sui nervi-
dalle tue labbra colerà copioso il miele.
Ah, mio piccolo Mehmet
quanti cuori ruberai!
E’ difficile allevare un figlio senza padre
non rendere più duro il compito a tua madre
io di gioia non gliene ho potuta dare
dagliene tu per me, ti prego.
Tua madre
forte come la seta
tua madre
che sarà bella anche all’età delle nonne
come il primo giorno in cui la vidi
quando aveva diciassette anni
sulla riva del Bosforo…..
Non ho paura di morire, figlio mio;
però malgrado tutto
a volte quando lavoro
trasalisco di colpo
oppure nella solitudine del dormiveglia
contare i giorni è difficile
non ci si può saziare del mondo
Mehmet
non ci si può saziare.
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